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Stare soli per generare: Maurizio D'Andrea e il coraggio dell'inconscio di Irene Curatella e Loredana Lembo, storiche dell’arte
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Stare soli per generare: Maurizio D'Andrea e il coraggio dell'inconscio di Irene Curatella e Loredana Lembo, storiche dell’arte

✍️ Redazione Editoriale Drimmarte | 📅 14-04-2026 | ⏱ 3 min di lettura
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Siamo abituate, come storiche dell'arte, a leggere le mostre attraverso i linguaggi che conosciamo. Eppure davanti al lavoro recente di Maurizio D'Andrea ci siamo trovate a dover sospendere gli strumenti critici abituali. Non perché manchino riferimenti culturali, ce ne sono, e profondi, ma perché questa pittura chiede qualcosa di diverso prima ancora di essere analizzata: chiede di essere attraversata.

La Solitudine Generatrice è il titolo della mostra/performance e anche, crediamo, il programma artistico più maturo che D'Andrea abbia finora formulato. Artista di formazione rigorosa e carriera internazionale, la sua ricerca degli ultimi anni ha assunto una direzione sempre più precisa: dipingere togliendo, sistematicamente, ogni filtro tra sé e la tela.

Stare soli per generare: Maurizio D'Andrea e il coraggio dell'inconscio di Irene Curatella e Loredana Lembo, storiche dell’arte
Stare soli per generare: Maurizio D'Andrea e il coraggio dell'inconscio di Irene Curatella e Loredana Lembo, storiche dell’arte

Il risultato visivo è immediato e disorientante. Le tele non mostrano nulla di riconoscibile. Nessun volto, nessun luogo, nessuna narrazione. Chi si aspetta di capire una storia resterà spiazzato. Chi invece accetta di sentire, troverà qualcosa di raro: energie cromatiche in conflitto, gesti che hanno ancora addosso la velocità con cui sono stati impressi, colori che sembrano resistere l'uno all'altro prima di trovare una convivenza instabile. È pittura in stato di tensione.

Questa tensione ha un nome preciso per D'Andrea: è la solitudine. Non quella che conosciamo dalle narrazioni della modernità, non la malinconia silenziosa degli interni hopperiani, non il vuoto geometrico delle piazze dechirichiane — ma una solitudine anteriore a tutto ciò, una condizione originaria in cui l'io non ha ancora costruito le sue difese né i suoi personaggi. È lì, in quello spazio grezzo e pre-narrativo, che D'Andrea lavora. Ed è da lì che le forme emergono: non descritte, ma generate.

Stare soli per generare: Maurizio D'Andrea e il coraggio dell'inconscio di Irene Curatella e Loredana Lembo, storiche dell’arte

Il verbo generare non è casuale. C'è nella poetica di questo artista una fiducia quasi biologica nel processo creativo: come se l'inconscio, lasciato libero, producesse necessariamente qualcosa di vivo. La mano si muove — con pennelli, spatole, con qualunque oggetto restituisca il giusto attrito — e la tela riceve senza giudicare. Quello che ne risulta non è caos: è un ordine diverso, non costruito ma scoperto.

Ci interessa sottolineare una cosa che spesso sfugge di fronte a questo tipo di pittura gestuale: il rigore che sta dietro all'apparente impulsività. D'Andrea non dipinge di getto nel senso naif del termine. Dipinge a partire da uno studio lungo e sistematico dell'inconscio, che richiede anni di lavoro su se stessi prima che il gesto possa davvero essere libero. Non è una licenza all'irrazionale: è una disciplina dell'irrazionale.

L'opera Solitudine Generatrice (2026), che dà il titolo all'intera mostra, condensa in modo esemplare questa tensione tra vuoto e nascita. Guardarla a lungo produce qualcosa di strano: le forme sembrano spostarsi, le cromie cambiare peso. Non è un effetto ottico — è l'inconscio dello spettatore che entra in dialogo con quello dell'artista. L'opera, in questo senso, non finisce sulla tela. Continua in chi la guarda, ore dopo, in un'elaborazione silenziosa che D'Andrea considera parte integrante del lavoro.

È un'arte che non consola e non spiega. Propone, invece, una pratica: accogliere la solitudine come territorio di possibilità, smettere di viverla come mancanza e iniziare a riconoscerla come condizione necessaria a qualsiasi trasformazione autentica.

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La mostra si inaugura sabato 2 maggio alle 18.30 alla Craving Art – Art Gallery, via Casperia 33, Roma (zona Trieste), con una performance che intreccia pittura e parola intorno al libro "L'opera non accade. Accade in noi". Ingresso libero, aperitivo per tutti gli ospiti.

In esposizione dal 2 al 9 maggio, ore 16.00–20.00 (chiuso domenica).

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