L'imperfezione e la genialità
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Una delle caratteristiche più entusiasmanti delle forme artistiche è la possibilità di poter esprimere le proprie emozioni e lasciarsi travolgere da quelle degli artisti.
Nel nostro mondo digitalizzato che guarda sempre più al progresso dell'AI uno degli aspetti che preoccupa sul possibile ingresso di essa nel mondo musicale è senza dubbio il rischio che gli aspetti tecnologici travolgano quelli umani.

Paradossalmente sono personalmente convinto che invece lo sviluppo dell'intelligenza artificiale porterà ad una rinascita del mondo musicale e ad una nuova visione e riscoperta di esso.
Leggere ciò magari desta stupore o anche scandalo. In realtà una visione della musica sempre più diffusa, complice in parte la tecnologia già presente nella nostra quotidianità, guarda alla tecnica fine a sé stessa, al perfezionismo, alla competizione e all'esibizionismo come canoni da incoraggiare ed apprezzare. Insomma l'omologazione, il "preconfezionato" ed il distacco emotivo sono già diffusi tra noi.
Magari i progressi della tecnologia potranno spingerci a riscoprire anche i nostri lati umani.
Anche il nostro sguardo al passato ci porta a considerare i giganti come perfetti ed inarrivabili. Eppure, prendendo ad esempio alcune figure di ogni tempo e di contesti diversi voglio promuovere una rilettura che tenga in considerazione la fragilità e l'imperfezione umana come ricchezza, anziché ostacolo, nella promozione della genialità.
Partiamo col considerare che secondo il meraviglioso didatta, oltre che compositore, che è stato Schoenberg bisognava distinguere il talento dalla genialità, considerando il primo come un ripetere bene o meglio ciò che già è stato fatto mentre la genialità guarda oltre.
Sicuramente lo sguardo alla mentalità competitiva e prestazionistica c'è sempre stato anche se pensiamo ai giganti del classicismo verso la quale abbiamo la tendenza a ricordare il prodigio infantile di Mozart o i duelli di corte che, oltre allo stesso austriaco, coinvolgevano i vari Beethoven, Clementi, Litstz... e come non ricordare le rivalità tra di loro o quelli che oggi potremmo definire dei fenomeni da baraccone.
Ma sappiamo anche benissimo che la genialità si è formata piuttosto soprattutto con lo studio in cui lo stesso Mozart ad esempio, al di là della bassa retribuzione di allora, è stato molto coinvolto dalle influenze della Scuola Napoletana. La formazione senza dubbio è il sale di ogni crescita umana che appunto espone alla fragilità da accogliere del "sapere di non sapere" per poi sapere sempre di più.
Spesse volte, nella mia passata attività di docenza nelle scuole medie, ho visto studenti bravi tentare di scacciare la diffusa e, spesse volte, anche naturale e fisiologica ansia.
Un'allieva in particolare qualche mese fa era particolarmente demoralizzata all'idea di dover suonare il giorno dopo nonostante ci tenesse tantissimo, sostenendo di non sentirsi all'altezza e di essere sempre stata consapevole che non sarà mai la "nuova" Mozart o Beethoven. Al di là del sospiro di sollievo da me provato nel constatare che ci sono ancora allievi con alte aspettative ed alti riferimenti non ho potuto, da quel momento in poi, non insegnare sempre l'aspetto a mio avviso più importante che Beethoven possa suggerirci al giorno d'oggi: "Suonare una nota sbagliata è insignificante; suonare senza passione è imperdonabile". Inutile girarci intorno: piaccia o meno Beethoven ci ricorda che sbagliava anche lui. Effettivamente perché sorprendersi?
Le emozioni sono proprio ciò che ci distinguono gli uni dagli altri, che ci rendono unici e ci distinguono anche dall'AI. Anche nel famoso duello tra Mozart e Clementi alla fine, davanti alla genialità e differenze che li contraddistinguevano, fu decretato il pareggio. E gli errori sono anche l'occasione per apprendere perché tanto "i rigori li sbaglia solo chi ha il coraggio di calciarli" sosteneva Diego Armando Maradona...che quindi anche sbagliava.
Per compensare con una citazione più colta ricordo anche la citazione di Edison "Non ho fallito. Ho solamente provato 10.000 metodi che non hanno funzionato".
E Beethoven di certo ha convissuto anche con profonde fragilità, dalla sordità alla depressione che lo ha portato dall'isolamento fino al tentativo di suicidio.
Come non pensare anche a Schumann affetto da un disturbo bipolare che lo ha portato a morire in un manicomio.
E Chopin? Il romantico per eccellenza che, oltre che dell'immancabile mal d'amore, è stato accompagnato da salute cagionevole fin dall'infanzia per tutta la sua vita fino alla depressione. E come testimonia il suo carteggio con Litstz, nonostante il suo virtuosismo, raramente tenne concerti pubblici in quanto non si sentiva a suo agio.
In tempi recenti voglio citare Michel Petrucciani, leggenda del pianismo jazz mondiale nonostante la sua nota malattia.
Significativo pensare anche nel jazz ai numerosi problemi di tossicodipendenza di numerosi musicisti. Eppure per Charlie Parker le imperfezioni degli sbalzi d'umore dettate dalla sua citata condizione durante l'incisione di Lover Man furono preferite anche ad una sua versione reincisa successivamente "perfetta". Con ciò ovviamente non giustifico l'uso di droghe verso la quale mi oppongo fermamente.
E per concludere con il "figlio musicale" di Beethoven: il nostro Paese ricorda senza dubbio Ezio Bosso la cui già prestigiosa carriera, a seguito della sua nota resilienza davanti alla malattia, è poi entrata nei cuori di tutti noi.
Ecco: nel mondo della rivoluzione digitale che ben venga il progresso e avanzi spedito. Noi nel frattempo ricordiamoci di restare umani o meglio... restiamo artisti!