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Maria Lai. Il filo come scrittura
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Maria Lai. Il filo come scrittura

✍️ Redazione Editoriale Drimmarte | 📅 20-08-2026 | ⏱ 3 min di lettura
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C'è un gesto, nella storia dell'arte italiana del Novecento, che continua a non invecchiare: l'8 settembre 1981, a Ulassai, un intero paese dell'Ogliastra si lega alla montagna con chilometri di nastro azzurro. Con Legarsi alla montagna e il coinvolgimento dell'intera comunità, Maria Lai realizza quella che viene considerata la prima opera d'arte relazionale in Italia, scardinando il rapporto tradizionale tra autore e spettatore e facendo del pubblico il vero artefice dell'atto artistico. Il nastro entrava nelle case, passava di mano in mano, si annodava dove c'era amicizia e restava teso dove c'era rancore: la topografia affettiva di un paese resa visibile per un giorno.

Nata a Ulassai nel 1919, Lai arriva tardi al riconoscimento. Studia al Liceo Artistico di Roma con lo scultore Marino Mazzacurati e nel 1943, in piena guerra, si trasferisce a Venezia all'Accademia di Belle Arti per seguire Arturo Martini, esperienza decisiva per tutta la sua ricerca successiva. Poi il ritorno nell'isola, e decenni di lavoro appartato. La prima mostra personale di disegni, curata da Marcello Venturoli, è del 1957 alla Galleria dell'Obelisco; i telai arrivano al pubblico solo nel 1977, alla Galleria Schneider.

Maria Lai. Il filo come scrittura
Maria Lai. Il filo come scrittura

Il nucleo della sua opera sta lì, in quel filo. Lai prende il cucito — lavoro femminile, domestico, considerato minore — e lo usa come segno grafico: la linea non è più tracciata, è tesa. Nascono i telai, i teli cuciti, le geografie, e soprattutto i libri illeggibili, pagine di stoffa attraversate da scritture che non significano nulla e proprio per questo dicono tutto. È una scrittura svuotata di semantica e restituita al ritmo, al respiro, alla traccia. Chi lavora con l'astrazione riconosce subito la posta in gioco: non comunicare, ma evocare.

La collezione più ampia dei suoi lavori è conservata alla Stazione dell'Arte di Ulassai, fondazione che l'artista stessa inaugurò nel 2005 — un ex casello ferroviario diventato museo, secondo la stessa logica del legare: l'opera resta dove è nata.

Maria Lai muore a Cardedu il 16 aprile 2013. Il riconoscimento internazionale arriva postumo, nel 2017, con due esposizioni decisive: Documenta 14 e la Biennale di Venezia. Seguiranno le mostre agli Uffizi (Palazzo Pitti, 2018) e al MAXXI (Roma, 2019), che aprono una lunga stagione di consensi.

Resta da chiedersi perché ci sia voluto tanto. In parte pesa lo scarso riconoscimento riservato alla maggior parte delle artiste della sua generazione, in parte una necessità sua, personale, di introspezione e contemplazione: la carriera di Maria Lai fiorisce davvero solo dopo i cinquant'anni. È il caso di un'artista che ha scelto la periferia come luogo di pensiero, e ha aspettato che il mondo arrivasse fin lì.

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