Premio alla Carriera alla Sorbona: intervista a Maurizio D'Andrea, l'Introvertista
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Dalla laurea in vulcanologia alla pittura dell'inconscio, dal Leone d'Oro alla Triennale di Venezia fino al Premio alla Carriera ricevuto quest'anno all'Università della Sorbona di Parigi: Maurizio D'Andrea è un artista che ha fatto dell'interiorità un metodo. Martedì 11 agosto sarà alla 61ª Biennale di Venezia Arte, presso lo Spazio Berlendis, con una presentazione critica nel Padiglione Nazionale del Grenada curato da Daniele Radini Tedeschi. Lo abbiamo incontrato.
Partiamo dall'inizio. Un vulcanologo che diventa pittore dell'inconscio: come si spiega?

Meno di quanto sembri. La vulcanologia mi ha insegnato a guardare ciò che non si vede, a intuire le forze che si muovono sotto la superficie. La psiche funziona allo stesso modo: c'è una crosta, quella che mostriamo, e c'è un magma che preme sotto. Ho solo spostato lo sguardo dal sottosuolo della terra a quello della mente. Freud e Jung, per me, sono stati la seconda laurea.
Lei si definisce “Introvertista”. Cosa significa?

Significa rivendicare l'interiorità come luogo primario dell'arte, in un tempo che celebra solo l'esteriore, l'immediato, il visibile. Il Movimento Artistico Introversico Radicale, che ho fondato a Torino nel 2022, nasce proprio da qui: difendere la purezza dell'interiorità contro il conformismo estetico e i condizionamenti del mercato. L'introversione non è chiusura, è profondità.
Nelle sue tele ritorna spesso un vortice, in alto a destra. È una firma?
È più di una firma, è una direzione. Quel vortice è insieme discesa e slancio: la caduta nell'inconscio e l'impulso verso nuovi orizzonti. La spirale logaritmica mi accompagna da sempre, perché racconta come la forma nasca dal caos senza mai chiuderlo del tutto.
Il Premio alla Carriera alla Sorbona è arrivato anche per la sua scrittura. Due libri, in particolare.
Sì. "L'opera non nasce. Accade in noi!" raccoglie le mie riflessioni sull'inconscio come scena: l'opera d'arte non è un oggetto da capire, è un evento che si compie dentro chi guarda. "Nel dubbio qualcosa da dire" è quasi il suo rovescio: lì rivendico il dubbio come forza generativa, non come debolezza. Viviamo nel tempo delle risposte immediate; io provo a restituire dignità alla domanda.
Dipinge, scrive, fa teatro, sviluppa software. Non è dispersione?
No, è un unico progetto. Cambiano gli strumenti, non la ricerca. Che io usi una spatola, una pagina, un palcoscenico o una riga di codice, sto sempre cercando di dare forma a ciò che le parole non contengono. Lo chiamo essere un artista totale, ma in fondo è solo coerenza.
Un consiglio a un giovane artista.
Di non avere fretta di piacere. Il mio percorso lo riassumo in quattro parole: estrapolazione creativa, ricerca, sperimentazione e umiltà. L'ultima è la più difficile, ed è la più importante.