La Solitudine Generatrice: Maurizio D'Andrea a Roma
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C'è un luogo che non ha nome, né voce, né figura. È lo spazio che Maurizio D'Andrea abita da sempre, quello che precede la forma, il pensiero, l'identità. Con La Solitudine Generatrice, in mostra alla Craving Art-Art Gallery di Roma dal 2 al 9 maggio 2026, l'artista internazionale porta nella capitale una riflessione radicale sull'inconscio come forza primordiale — non come assenza, ma come inesauribile energia creatrice.
Curata da Irene Curatella, Loredana Lembo e la stessa galleria, la mostra raccoglie quindici opere in tecnica mista, realizzate tra il 2022 e il 2026, che segnano il punto d'arrivo di una ricerca teorica e pittorica lunga decenni. D'Andrea, fondatore del Movimento Artistico Introversico Radicale (MAIR), non dipinge la solitudine come condizione umana — né i volti persi negli interni domestici di Edward Hopper, né le piazze svuotate di Giorgio De Chirico. I suoi lavori si collocano prima: prima della figura, prima del nome, prima della distinzione tra sé e il mondo. Prima della forma stessa.

Questo "prima" è il cuore concettuale dell'intera mostra. Le tele di D'Andrea sono campi di forze, non rappresentazioni. I colori si scontrano, si sovrappongono e lottano per lo spazio senza cercare pacificazione; le pennellate veloci e impulsive non costruiscono immagini ma accadono, tracciando il movimento di energie psichiche che Freud definiva come pulsioni e Jung come archetipi. La superficie pittorica diventa così un territorio instabile — pre-spaziale, pre-figurativo — in cui l'inconscio si rende visibile nella sua opacità costitutiva, senza filtri razionali, senza sovrastrutture culturali.
L'opera che dà il titolo alla mostra, La solitudine generatrice (2026, tecnica mista, 100×100 cm), sintetizza questo processo: la solitudine non come mancanza ma come spazio di trasformazione, luogo in cui qualcosa può finalmente nascere. Accanto ad essa, Caos Generatore (2025) evoca il caos primordiale della cosmogonia greca — non disordine sterile, ma condizione originaria di ogni creatività. Il tempo del rosso (2026) abita il registro pulsionale freudiano, con il rosso che avanza come incarnazione visiva di Eros e Thanatos. Veleno e Cura (2025) richiama il concetto greco di pharmakon: l'arte come sostanza ambivalente, capace di disturbare e insieme di guarire, che non promette salvezza ma apre possibilità.

Tra le opere più dense di significato, MiR.bb18 (2022) è un richiamo alla guerra intesa come campo di forze incontrollate — il risultato estremo di una solitudine negata, in cui l'altro diventa irrimediabilmente estraneo. E ancora Lotta di solitudine (2026), Tempo e solitudine (2026), Ascolto (2025): ogni tela è un evento temporaneo, una soglia instabile, un processo che non si conclude sulla superficie ma si completa nella mente e nel corpo di chi guarda.
Maurizio D'Andrea nasce nel 1967 a San Giorgio a Cremano, ai piedi del Vesuvio. Laureato in scienze geologiche con specializzazione in vulcanologia, ha costruito la propria poetica intrecciando la ricerca scientifica sulla natura con lo studio approfondito delle teorie di Jung e Freud. Pittore dall'adolescenza — inizialmente con le mani, poi con pennelli, spatole e stracci — ha esposto in mostre collettive e personali in oltre venti città internazionali, da New York a Tokyo, da Parigi a Berlino, ricevendo tra i numerosi riconoscimenti il Leone d'Oro per la pittura alla Triennale Internazionale di Venezia. Oggi vive e lavora ad Alba, in provincia di Cuneo, nel suo studio "Orizzonti impossibili".
La Solitudine Generatrice non è una mostra che consola né che risponde. È un invito — scomodo, necessario — ad abitare il silenzio invece di fuggirlo. A lasciare che qualcosa accada. Perché è proprio lì, nell'inconscio radicalmente solo, che ogni forma trova il coraggio di nascere.
La mostra è accompagnata da testi critici di Maurizio D'Andrea, Irene Curatella e Loredana Lembo.